Abbà, Padre
L'icona del Padre: un simbolo, non un ritratto
Nessuno ha mai visto il Padre. Eppure esiste un'icona del Padre, dipinta dall'iconografa Lia Galdiolo, nonna e maestra di Concetta Basile. Per comprenderla bisogna ricordare che cosa è un'icona: non la fotografia di una persona, ma un linguaggio di segni. Non mostra com'è fatto qualcuno, ma racconta chi è, attraverso episodi, gesti, colori, luce e oro.

L'icona è un linguaggio simbolico
Il Catechismo della Chiesa Cattolica lo dice con chiarezza: l'icona «non può rappresentare il Dio invisibile e incomprensibile»; è l'incarnazione del Figlio ad aver inaugurato «una nuova "economia" delle immagini» (n. 1159). E aggiunge che «l'iconografia cristiana trascrive attraverso l'immagine il messaggio evangelico che la Sacra Scrittura trasmette attraverso la parola. Immagine e parola si illuminano a vicenda» (n. 1160).
L'icona, dunque, si legge come si legge un testo. Il Direttorio su pietà popolare e liturgia della Santa Sede chiama le immagini sacre «santi segni» e ricorda che la loro funzione «non è in primo luogo quella di procurare un godimento estetico ma di introdurre al Mistero» (nn. 240 e 243). E ancora: «L'immagine, infatti, non è venerata per se stessa, ma per chi vi è rappresentato» (n. 241). È la regola fissata dal Concilio di Nicea II nel 787 con la formula di san Basilio: «l'onore reso all'icona è diretto al prototipo».
Giovanni Paolo II, nella lettera apostolica Duodecimum saeculum del 1987, scrive che l'arte della Chiesa deve «esprimere il mistero senza per nulla occultarlo» e che l'icona «è una immagine che porta su di noi lo sguardo di un Altro invisibile» (n. 11). Benedetto XVI, presentando san Giovanni Damasceno, il grande difensore delle icone, ha ricordato che il santo non può in nessun caso essere identificato con la materia di cui l'icona è fatta.
Per questo nell'icona nulla è lasciato al caso, e nulla va preso alla lettera come in un ritratto. Si leggono i segni:
- L'oro: non è un ornamento, ma la luce increata di Dio. Lo sfondo d'oro toglie l'immagine dallo spazio e dal tempo terreno. Pavel Florenskij ha dedicato pagine celebri all'oro e alla luce nel suo saggio «Le porte regali».
- La luce: nell'icona non c'è una fonte di luce esterna che getta ombre. La luce viene dall'interno delle figure; le lumeggiature, che l'iconografo stende per ultime, sono il segno della trasfigurazione, non dell'illuminazione di una stanza.
- Le ombre: non sono ombre naturali, ma il fondo scuro da cui la figura emerge strato dopo strato verso la luce, come l'uomo che cammina dalle tenebre alla luce.
- I colori: hanno un significato. Il blu e l'azzurro richiamano la divinità e il cielo, il rosso l'amore e la vita, il verde la vita nuova, il bianco la gloria. Le vesti si leggono come un'iscrizione.
- I capelli e la barba: dicono qualcosa della persona, non del suo aspetto. I capelli bianchi del «vegliardo» del profeta Daniele dicono l'eternità; il volto giovane di un santo morto giovane ne ricorda la vita offerta.
- I gesti e gli oggetti: la mano che benedice, il rotolo, il libro, la croce, la sfera. Sono le «parole» con cui l'icona racconta episodi e caratteristiche spirituali.
- Le iscrizioni: è il nome scritto a rendere l'icona ciò che è. Senza il nome, l'immagine non dice chi è; con il nome, rimanda a lui.
Fonti
- Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1159-1162
- Direttorio su pietà popolare e liturgia (2002), nn. 238-244
- Giovanni Paolo II, Lettera apostolica Duodecimum saeculum (1987)
- Benedetto XVI, Udienza generale del 6 maggio 2009: san Giovanni Damasceno
- Pavel Florenskij, «Le porte regali. Saggio sull'icona», Adelphi
L'immagine del Padre nella Chiesa cattolica
La Chiesa cattolica occidentale, a differenza di quella ortodossa, ha accettato da secoli l'immagine del Padre come anziano venerabile. Papa Benedetto XIV, nel 1745 (Sollicitudini Nostrae), la considerò lecita, perché rimanda all'«Antico dei giorni» di Daniele. Il criterio è che l'immagine sia un simbolo fondato su una figura biblica, non un ritratto. Nessuno pretende che il Padre "sia fatto così".
Il testo di Daniele è questo: «Io continuavo a guardare, quand'ecco furono collocati troni e un vegliardo si assise. La sua veste era candida come la neve e i capelli del suo capo erano candidi come la lana» (Dn 7,9). La nota della Bibbia CEI spiega semplicemente: «Il vegliardo è Dio». I capelli bianchi, dunque, non descrivono un volto: traducono in immagine la parola del profeta, l'eternità di Colui che è prima di ogni tempo.
La lettera Sollicitudini Nostrae, firmata da Benedetto XIV il 1° ottobre 1745 e indirizzata al principe-vescovo di Augusta, distingueva le immagini della Trinità in approvate, tollerate e proibite. Tra quelle approvate c'erano il Padre come «Antico dei giorni», Cristo nella sua forma umana e lo Spirito Santo come colomba o lingue di fuoco: tutte forme con cui Dio si è mostrato nella Scrittura.
La tradizione ortodossa è più riservata: il Grande Concilio di Mosca del 1666-1667 giudicò sconveniente dipingere il Padre come anziano, perché nessuno lo ha visto nella sua divinità, e preferisce mostrare la Trinità attraverso i tre angeli di Mamre. Due sensibilità diverse custodiscono la stessa verità: il Padre non ha un volto da ritrarre, e ogni sua immagine resta un segno.
Abbà: il nome di una relazione
"Abba" non è un nome che descrive Dio "in sé". È il nome relazionale con cui il Figlio si rivolge al Padre: «Abbà, Padre! Tutto è possibile a te» (Mc 14,36). È anche il grido che lo Spirito mette sulle labbra dei credenti (Rm 8,15; Gal 4,6). È una parola che nessuno può pronunciare da sé, ma solo partecipando alla relazione del Figlio.
Iscrivere "Abba" significa quindi dire: questa immagine non mostra come il Padre è fatto, ma come noi, figli nel Figlio, lo invochiamo. Paradossalmente il nome rafforza proprio il principio da cui eravamo partiti. Il Padre si conosce attraverso il Figlio e nello Spirito, non in una forma propria. L'immagine resta un simbolo e il nome ne indica il senso: una relazione, non un ritratto.
"Abba" è forse il nome più adatto per un'immagine del Padre. Non chiede di credere al volto dipinto, ma di entrare nella preghiera del Figlio.
La Bibbia CEI annota a Mc 14,36: «La designazione di Dio come Abbà ha tanto impressionato i primi cristiani, che è divenuta come il cuore della preghiera dei credenti in Cristo». La parola aramaica è rimasta tale anche nei Vangeli greci, «Αββα ὁ πατήρ», e nella Vulgata latina, «Abba Pater»: per questo può essere scritta su un'icona tanto in greco quanto in latino.
Paolo dice che lo Spirito fa gridare ai cristiani “Abbà! Padre!”. Studi successivi, in particolare quello di James Barr, hanno mostrato che anche gli adulti usavano Abba per rivolgersi al padre. Era una parola familiare e affettuosa, ma anche rispettosa: più vicina a “padre mio” che a “papino”. Resta vero che rivolgersi a Dio in modo così diretto e personale era un tratto distintivo della preghiera di Gesù.
In Romani 8,15 dice che i credenti hanno ricevuto «lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: “Abbà! Padre!”». In Galati 4,6 dice che «Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: “Abbà! Padre!”». Per Paolo quindi non è un’audacia dei singoli: è lo Spirito Santo stesso che mette questa parola sulle labbra dei cristiani. Il Catechismo della Chiesa Cattolica riprende questi testi quando commenta il Padre Nostro (nn. 2777-2782).
L'icona del Padre di Lia Galdiolo
Questa icona non è di Concetta Basile, ma di sua nonna Lia Galdiolo. Per far conoscere il Padre nei Paesi dell'Est, dove la devozione passa attraverso le icone, l'Armata Bianca le commissionò un'immagine legata al Messaggio ricevuto da Madre Eugenia Ravasio nel 1932. Fu presentata come la prima icona del Padre al mondo, durante una veglia di preghiera a Sassone, vicino a Roma. Un'icona del Padre di Lia Galdiolo si trova oggi nella procattedrale di Dio Padre Misericordioso a Zaporižžja, in Ucraina, e il suo modello è stato ripreso da altre iconografe, come suor Maria di Gesù al Laboratorio Porta del Cielo, con l'icona «Deus Pater Omnipotens – Abbà Pater».
Lia Galdiolo non dipinse il vegliardo dai capelli bianchi della tradizione occidentale. Secondo le descrizioni pubblicate dagli apostolati che diffondono la sua icona, il Padre ha il volto senza barba e i capelli neri, segno della «divina tenebra», il mistero inaccessibile di Dio. È la prova più chiara che nell'icona i capelli non descrivono una persona: bianchi in Daniele per dire l'eternità, neri in Lia per dire il mistero, restano sempre un segno da leggere.
In alto, ai lati del Padre, l'icona porta l'iscrizione latina «DEUS ABBA – OMNIPOTENS PATER»: Dio Abbà, Padre onnipotente. Lia Galdiolo ha scritto sulla tavola proprio il nome della relazione: questa immagine non mostra come il Padre è fatto, ma come noi, figli nel Figlio, lo invochiamo.

Icona del Padre – Lia Galdiolo
L'icona del Padre di Lia Galdiolo, la prima al mondo: «Deus Abba – Omnipotens Pater», il Padre benedicente con la sfera azzurra, i dodici serafini, la corona e lo scettro deposti. Foto: dioepadre.org.
Significato dell'icona del Padre
Il significato dell'icona di Lia Galdiolo, spiegato elemento per elemento accanto all'immagine di ciascun dettaglio, con parole semplici e nel solco della tradizione iconografica. La spiegazione segue la presentazione dell'icona pubblicata dal sito Dio è Padre, da cui provengono anche le immagini dei dettagli.
1 - Il titolo

Il Padre onnipotente desidera che gli uomini possano contemplare il suo volto attraverso un'immagine che si vede e si tocca: un'icona.
È il Dio della misericordia e della pazienza, da cui viene ogni bene, che vuole riportare a sé i cuori feriti dal male.
Chi è il Padre? Lo dice il titolo scritto in alto. «Deus omnipotens»: Dio santo e onnipotente. «Abbà – Pater»: il nome con cui Gesù di Nazareth, e con lui tutti i suoi fratelli, lo chiama Papà (Mc 14,36).
Chi ha seguito la nascita di quest'icona vi ha letto il segno di una volontà del Padre: un'immagine a lui cara, che porta con sé una particolare forza spirituale.

Secondo la sua presentazione, ciò che l'icona esprime è fedele alla dottrina tradizionale della Chiesa e a rivelazioni private recenti, giudicate serie e approvate dalla Chiesa. Usata nel modo giusto, è un aiuto prezioso per la vita spirituale: uno strumento bello e alto di preghiera contemplativa.
Lia Galdiolo racconta di aver sempre cercato di «condensare nelle immagini la ricchezza dei testi biblici». Dopo aver studiato a lungo la forma classica dell'icona, ha sviluppato uno stile personale, già noto per le sue icone della Donna vestita di sole, di Gesù Misericordioso, della Santa Famiglia e di San Giuseppe.
L'icona del Padre, dice, è nata e maturata nel digiuno, nel silenzio, nella preghiera e nella sofferenza.
2 - Una finestra per contemplare il divino

La tavola è un rettangolo. I suoi quattro lati ricordano i quattro punti cardinali: il messaggio del Padre è rivolto in ogni direzione, a tutto il mondo.
Il rettangolo è la terra, e su questa terra si apre una finestra sul cielo, con la cornice interna d'oro. Nell'icona l'oro è la luce eterna: per questo l'icona è una finestra attraverso cui si contempla il divino, e qui si contempla il Padre. Un sottile bordo rosso chiude la tavola all'esterno: è il sangue versato da Gesù sulla croce, i cui frutti riceviamo con il dono dello Spirito Santo. Sulla fronte del Padre si intravede una piccola figura bianca, come una colomba ad ali aperte sopra le sopracciglia. Le tre Persone della Trinità non agiscono mai separate: l'icona è del Padre, ma vi sono presenti anche il Figlio e lo Spirito Santo.
Anche i materiali della tavola hanno un senso: vi sono rappresentati i tre regni della natura.
È un particolare importante per cogliere tutta la ricchezza dell'icona.
Il regno vegetale è il legno. Il regno animale è la polvere di conchiglia, la colla di pelle di coniglio che ricopre la tavola e l'uovo con cui si stemperano i colori.
Il regno minerale è nei colori, fatti di ossidi di metalli e di ocre, e nell'oro.
La tavola viene preparata come una culla che accoglie il mistero, come Dio preparò il creato per accogliere l'uomo, chiamato a esserne il re.
Dietro la semplice panca su cui siede il Padre, e in alto intorno alle scritte, il fondo è scuro, quasi nero, irregolare e inquieto. È l'ombra che è scesa sul giardino dell'Eden come una nebbia che sciupa e rattrista: il lungo inverno nato quando l'uomo ha voluto decidere da solo che cosa è bene e che cosa è male.
È la nebbia oscura del peccato.
3 - La sfera azzurra

Con la mano sinistra il Padre tiene stretta al petto una sfera azzurra. È l'elemento più importante dell'icona, e non è soltanto il mondo.
Dopo la disobbedienza di Adamo, il Padre si fa da parte, rispetta la libertà dell'uomo e attende con pazienza che riconosca il suo errore e torni a lui.
L'attesa dura millenni, e intanto il Padre prepara, con il suo cuore misericordioso, il disegno della redenzione.
Questo disegno si compie con la venuta del Figlio fatto uomo, che con la sua Passione e Morte rende di nuovo possibile all'uomo ricevere lo Spirito Santo.
Con il «tutto è compiuto» pronunciato da Gesù sulla croce riprende il progetto che il Padre porta nel cuore: rendere l'uomo partecipe della vita divina e, attraverso di lui, fare nuova tutta la creazione.
La sfera azzurra dice proprio questo: è il progetto d'amore del Padre, che egli stringe al cuore e tiene saldo nella mano. L'azzurro indica che il progetto, dall'inizio al compimento, è opera di Dio.
L'alfa e l'omega che riempiono la sfera ricordano il Verbo, principio e fine di tutto: «Tutto fu fatto per mezzo di Lui e in vista di Lui» (Gv 1,3).
Sopra la sfera c'è la croce d'oro, trono dell'Agnello immolato che ha dato la vita per tutti.
L'oro è l'eternità: i Padri della Chiesa dicono che la croce era scritta nel cuore del Padre fin dall'eternità.
Così una semplice sfera, sostenuta con dolcezza dalla mano sinistra, racchiude tutta la storia della salvezza.
4 - La figura del Padre riempie tutta l’icona

Il Padre è dipinto perfettamente di fronte: si mostra a chiunque desideri conoscerlo.
La figura sta davanti alla mandorla d'oro dipinta alle sue spalle, dentro la quale si aprono i cieli.
I cieli azzurri sono la dimora degli spiriti celesti, i più vicini al trono di Dio. Le dodici fiamme che li attraversano sono tutte le schiere degli angeli: vi si intravedono i serafini, «i brucianti», sei a destra e sei a sinistra.
I serafini guardano pieni di stupore l'opera del Padre, che non smette mai di agire con il suo amore infinito e la sua misericordia senza fine.
Il numero dodici è il numero dell'autorità affidata: dodici sono gli apostoli, i patriarchi, le stelle che incoronano la Donna vestita di sole. I dodici serafini non solo contemplano, ma portano e compiono fedelmente la volontà del Padre.
5 - Il volto

Filippo chiese a Gesù: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». E Gesù rispose: «Filippo, chi vede me, vede il Padre» (Gv 14,9).
Gesù voleva dire che egli agisce come il Padre e compie in tutto la sua volontà.
Ma come si può dipingere il volto di chi non si può dipingere?
L'arte occidentale ha sempre mostrato il Padre come un anziano buono e solenne, con una lunga barba bianca.
Lia Galdiolo osserva però che la barba appartiene all'uomo fatto di carne, e che la barba bianca è il segno del corpo che invecchia.
Il Padre è puro spirito, e questi tratti non gli si addicono. Lo aveva compreso il monaco iconografo Andrej Rublëv nella sua celebre Trinità: per questo Lia si è ispirata a quell'icona, sia nel volto senza barba sia nei colori della tunica e del manto.
Ecco allora, secondo i canoni della tradizione orientale, un volto maestoso, che trasmette pace, forza e serenità.
Intorno al capo un'aureola bianca, segno della gloria, con le lettere greche Ὁ ὬΝ del nome che Dio rivelò a Mosè sull'Oreb:
«Io sono colui che sono» (Es 3,14): colui che esiste da sempre.
I capelli neri sono la «divina tenebra», il mistero di Dio, troppo profondo per la mente umana. Si dividono al centro della fronte come un velo, come il cielo che si apre per lasciar passare la luce.
Sui capelli scorrono sottili linee d'oro. Ricordano il velo del Santo dei Santi nel tempio di Gerusalemme, che si squarciò da cima a fondo quando il cuore di Cristo fu trafitto dalla lancia: da allora l'inimicizia con Dio è tolta e l'uomo può di nuovo contemplare il suo volto. Questo dicono quei capelli neri e insieme dorati.
Le labbra piccole sono nell'atto di soffiare lo Spirito che dà la vita; lo indica anche il collo leggermente gonfio.
Gli occhi guardano ovunque, guardano tutti con amore e tenerezza, e attendono da ciascuno una risposta.
Alle spalle si intravede il terzo cielo, la felicità eterna verso cui il Padre vuole condurci tutti.
6 - La tunica e il manto

Il Padre porta una tunica azzurra e un manto rosso, che dicono chi è per noi: l'azzurro è la divinità, il rosso la sapienza divina e l'amore ardente.
Sono colori chiari, trasparenti, quasi leggeri, come attraversati dalla luce della Trasfigurazione.
Il manto, grande e ampio, è accoglienza. Il suo lembo scende fino a terra perché chiunque lo desideri possa afferrarlo e ricevere lo Spirito Santo. Accogliere quel manto è come ricevere un'eredità preziosa da custodire con fedeltà, come fece Eliseo quando ricevette con gratitudine il mantello di Elia (1 Re 19,19).
7 - Particolari significativi
Restano alcuni particolari ricchi di significato: la panca, i due cuscini, la mano destra, lo scettro, la corona e la posizione dei piedi.

a) Il Padre non siede su un trono, ma su una panca semplice: vuole che anche noi ci sediamo accanto a lui senza esitazioni e senza paura. Eppure la sua presenza divina la riveste di raggi d'oro.
b) I due cuscini, quello azzurro a sinistra per Dio e quello rosso a destra per l'uomo, dicono che Dio e l'uomo possono di nuovo stare insieme e parlarsi, come all'inizio della creazione.

c) La mano destra è alzata in un'ampia benedizione: da Padre buono, non vuole condannare il mondo ma salvarlo, e conferma la missione affidata al Figlio. Gesù infatti dice: «Andate dunque e imparate che cosa significhi: Misericordia io voglio e non sacrificio. Infatti non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9,13).

d) Lo scettro, segno del giudizio, è posato a terra tra i suoi piedi: ora il Padre vuole usare soltanto misericordia.
e) La corona regale, accanto allo scettro e al piede destro, invita a non avere timore di avvicinarsi a lui. Il Padre vuole toglierci ogni soggezione, attirarci a sé e accoglierci sulle sue ginocchia.

f) Anche se è seduto, i suoi piedi sono quelli di chi sta per mettersi in cammino: il Padre vuole sempre venirci incontro.
Anche i piedi sono circondati dall'aureola della santità. Il nero che li avvolge non sono sandali, ma ancora la «divina tenebra»: la ricchezza e la sapienza di Dio, che non si finisce mai di comprendere.
Ogni particolare, dunque, è teologia e insieme aiuto concreto alla devozione e alla vita spirituale.
Ma l'icona non si studia: si contempla. È nata nella preghiera, e va usata nella preghiera e per la preghiera; così diventa un aiuto forte all'unione con Dio.
Davanti all'icona la persona raffigurata si fa vicina e presente: qui è il Padre stesso che si rende presente e operante.
Che quest'icona aiuti ciascuno a incontrare il Padre onnipotente con l'affetto e la fiducia di un figlio.
Diritti sull'icona del Padre
L'icona del Padre è opera di Lia Galdiolo. Concetta Basile, sua nipote ed erede, ne custodisce i diritti: per ogni utilizzo dell'icona, come riproduzioni, stampe, immagini devozionali e pubblicazioni, occorre rivolgersi personalmente a lei, su WhatsApp, su Telegram o prenotando un appuntamento.
Lo stesso vale per le icone di nuova concezione ideate e scritte da Concetta Basile, come San Giuseppe Nutrizio e Sant'Ilarione. I soggetti e i canoni dell'iconografia appartengono alla Tradizione di tutta la Chiesa; la composizione di ogni singola icona, il modo in cui l'iconografo dispone figure, gesti, simboli e colori, resta opera sua e legata al suo nome.
Per approfondire: leggere l'icona
Chi desidera imparare a leggere i segni dell'icona può partire da alcuni testi classici: Pavel Florenskij, «Le porte regali. Saggio sull'icona» (Adelphi); Leonid Uspenskij e Vladimir Losskij, «Il senso delle icone» (Jaca Book); Leonid Uspenskij, «La teologia dell'icona» (La Casa di Matriona); Egon Sendler, «L'icona, immagine dell'invisibile» (Edizioni Paoline). Sono la scuola da cui viene anche Concetta Basile: l'icona non si guarda come un quadro, si legge e si prega.
Domande frequenti
Si può dipingere Dio Padre in un'icona?
Il Padre non si è incarnato e nessuno lo ha visto: per questo il Catechismo ricorda che l'icona «non può rappresentare il Dio invisibile e incomprensibile» (n. 1159). La Chiesa cattolica ammette però l'immagine del Padre come simbolo fondato sulla Scrittura, il «vegliardo» di Daniele 7,9: Benedetto XIV, nella lettera Sollicitudini Nostrae del 1745, la contava tra le immagini approvate. La tradizione ortodossa è più riservata e preferisce la Trinità dei tre angeli di Mamre.
L'icona del Padre è un ritratto di Dio?
No. Nessuno pretende che il Padre "sia fatto così". L'icona è un linguaggio simbolico: i capelli, i colori, l'oro, la luce, i gesti e gli oggetti sono segni che rimandano a ciò che la Scrittura rivela di lui, non una descrizione del suo aspetto.
Perché nell'icona di Lia Galdiolo il Padre ha i capelli neri?
Secondo le descrizioni dell'icona, i capelli neri indicano la «divina tenebra», cioè il mistero inaccessibile di Dio. Nella tradizione occidentale il Padre ha invece i capelli bianchi del vegliardo di Daniele, segno dell'eternità. In entrambi i casi i capelli non descrivono un volto: sono un segno da leggere.
Che cosa significa «Abbà»?
È la parola aramaica con cui Gesù si rivolge al Padre nel Getsemani: «Abbà! Padre! Tutto è possibile a te» (Mc 14,36). San Paolo la mette sulle labbra dei credenti, che nello Spirito gridano «Abbà! Padre!» (Rm 8,15; Gal 4,6). Su un'icona dice che l'immagine non mostra come il Padre è fatto, ma come noi, figli nel Figlio, lo invochiamo. L'icona del Padre di Lia Galdiolo porta proprio l'iscrizione «Deus Abba – Omnipotens Pater».
Chi ha dipinto la prima icona del Padre?
L'iconografa padovana Lia Galdiolo, nonna e maestra di Concetta Basile, su commissione dell'Armata Bianca: la sua icona, legata al Messaggio di Madre Eugenia Ravasio, fu presentata come la prima icona del Padre al mondo. Una sua icona del Padre è nella procattedrale di Dio Padre Misericordioso a Zaporižžja, in Ucraina.